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15 maggio 2015

Sono abbastanza certa che si tratti dell'ultima primavera per me a questa latitudine. Mi godo dunque per l'ultima volta l'aria dolce, la luce profumata dei pomeriggi romani, lo sbraco sornione della periferia che si avvia verso la stagione calda, le ascelle chiazzate, gli adolescenti delle case popolari che escono la sera odorosi di bagnoschiuma.
Mi godo, ancora per poco, il mio disagio agli aperitivi, la mia insofferenza ai presuntuosi reportage di viaggi mirabolanti, le frangette improbabili a cannolo, i virtuosismi ostentati con umiltà posticcia. 
Sopporto, per poco ancora, bocche laccate di rosso coccinella morta, vocali strascicate, nomi di battesimo troncati, la j in luogo del digramma gl, la tracotanza del testosterone, l'ignoranza esibita come un trofeo, il femminismo indossato come un cilicio, l'orgoglio biovegancrudista a impatto zero, la gara a chi ce l'ha più largo -il lobo-.

Ma Centocelle in fiore non si batte.



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