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20 maggio 2015

Un'esistenza che procede per fratture.

Reiterare le rinunce,  chè le privazioni fortificano, perseguendo l'insano, masochistico fine della beatitudine da isolamento.

Stordirsi di silenzio, lasciando le parole scritte vorticare nell'aria come pipistrelli smarriti.




Come una piccola san Girolamo, con meno barba, e lo scrittoio sommerso di teschi ghignanti.

Ho finito l'inchiostro.


15 maggio 2015

Qui in Centocelle mi svegliano i corvi del parco, e lo sferragliare dei tram lungo la salita. Fuori dagli scuri,  il cielo bianco latte, bianco "Pazienza", lo chiamo io,  cielo bianco così bianco venato di ciuffi plumbei, e percorso di invisibili scricchiolanti scariche elettriche, luce che vira verso il giallo bile promettente tempesta.

Raramente, la prospettiva del futuro mi ha reso così guerrescamente felice.


E domani sono 33.


Sono abbastanza certa che si tratti dell'ultima primavera per me a questa latitudine. Mi godo dunque per l'ultima volta l'aria dolce, la luce profumata dei pomeriggi romani, lo sbraco sornione della periferia che si avvia verso la stagione calda, le ascelle chiazzate, gli adolescenti delle case popolari che escono la sera odorosi di bagnoschiuma.
Mi godo, ancora per poco, il mio disagio agli aperitivi, la mia insofferenza ai presuntuosi reportage di viaggi mirabolanti, le frangette improbabili a cannolo, i virtuosismi ostentati con umiltà posticcia. 
Sopporto, per poco ancora, bocche laccate di rosso coccinella morta, vocali strascicate, nomi di battesimo troncati, la j in luogo del digramma gl, la tracotanza del testosterone, l'ignoranza esibita come un trofeo, il femminismo indossato come un cilicio, l'orgoglio biovegancrudista a impatto zero, la gara a chi ce l'ha più largo -il lobo-.

Ma Centocelle in fiore non si batte.