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8 dicembre 2011

Un'altra fantastica giornata di sole anormale è appena terminata. Il termometro sulla Prenestina segna da giorni 16 gradi, che la sera diminuiscono al massimo di due. E' un dicembre primaverile che silenzioso prelude a qualcosa di terribile, o a niente, che è anche più terribile. Ieri, 16 aprile 1971, sono andata a trovare la mia amica Samantha. Lei vive all'altro capo della città, in un quartiere residenziale, che sembra il set di un film di Cassavetes. La prima cosa che avverto di lei è il suo profumo, e mi sento svenire. Mi lascio irretire dai capelli color caramello che ondeggiano, mentre cerco le mani ricamate di graffi, mentre respiro l'ossigeno che emana da dietro i lobi delle orecchie. L'interdipendenza tra noi mi dà sicurezza, lei è una cagna che allatta bambole vive, non mi lascerà mai. Mai.

4 dicembre 2011

Ti cerco, ti cerco per tutte le stanze di casa tua (nel sogno il corridoio è lunghissimo, molte porte in fila, io busso a tutte), la festa è finita da poco, l'ultimo disco gira muto sul piatto, continuo a chiamarti, gli invitati se ne vanno, sotto la pila di giacche e cappotti nell'ingresso ho trovato un fagotto di stracci scosso da sussulti. Dentro c'è quella che sembra una piccola scimmia. Un neonato tremante, la minuscola faccia da alieno venata di grinze scure, afono. Una ragazza dal muso sfatto scuote la testa spaventata quando le chiedo se è suo. Un tipo biondo con la faccia butterata mi guarda con sospetto mentre cerco di rifilargli il fagottino ansante. Nel frattempo urlo disperata il tuo nome, sono andati via tutti, voglio sapere a chi appartiene quell'omuncolo, non lo voglio tra le braccia, non lo voglio addosso con quel ghigno raggrinzito, mi risponde una voce femminile, arcigna mi dice che adesso non puoi rispondermi che sei occupato hai da fare. Con il fagottino in braccio mi avvicino alla porta da cui proviene la voce, sento solo respirare pesantemente, la porta è chiusa a chiave, continuo a insistere, finalmente mi apri, sei nudo e un pò scocciato, mi rispondi che no, non fa parte della casa quell'oggetto, che qualcuno deve averlo lasciato per sbaglio, o che forse è mio, e devo smettere di bere e dimenticarmi le cose. La voce arcigna di prima ti reclama, e tu mi cacci senza troppi complimenti con il mio fardello marziano.

L'ultima cosa che ricordo sono le tue dita fredde sulla mia schiena.


-lei esaminava stupefatta il proprio ventre, misurandone la temperatura con un termometro d'argento.
"Non crescerà mai niente qui. Troppo caldo. E tu sei arida come un melograno appassito." Le aveva detto zia Chlamidia, in un giorno di vento lontano lontano-

1 dicembre 2011

L'addetto all'ufficio stampa, curatore dell'immagine o comunque si chiami colui che assolve l' ingrato compito di pubblicizzare eventi, di Lydia Lunch, ha un bel coraggio a pubblicare locandine che ritraggono l'artista da giovane, faccia liscia e paffuta, lumata maliarda, labbra turgide. Un bel coraggio o una grande furbizia nel tappezzarne le città, considerando che quella che ci rimane è una vecchia e fascinosa strega rauca con il viso intrappolato in un sacchetto di rughe. Più che per indiscutibili doti canore, colei che portava il pranzo ai Dead Boys in record session, (da qui il nome d'arte), mi arisurta come cagna di Richard Kern, musa lubrica e felicemente sottomessa.