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29 novembre 2010



Rapida incursione nell'Interzona. Mi sono persa tra quegli odori d'ambra, quelle voci al curry, gli sguardi speziati dei giovani arabi, come ai vecchi, gloriosi tempi. Complice una radice di zenzero sono tornata nell'Interzona, ed è stato impossibile non evocare quando, occhi spalancati, orecchie bene aperte, ero pronta a cogliere la minima profferta bisbigliata, l'invito sottovoce del mercante di illecito, con le banconote fresche di bancomat in tasca, cercando tra i visi bruniti una faccia conosciuta, uno sguardo d'intesa, i tempi in cui mi bastava mettere piede fuori dalla stazione perchè le antenne mi si drizzassero e come la bacchetta di un rabdomante mi guidassero attraverso l'Interzona, incontro all'Uomo.

Ho circumnavigato il giardino con al centro la porta esoterica istoriata di simboli massonici camminando lentamente, scoccando occhiate ora supplici ora indagatrici alla ricerca di un cenno d'intesa, sono andata alla deriva nei meandri di quella che è la chinatown "dè no antri", strisciando davanti ai locali import export perennemente vuoti, sicure coperture di attività illegali ben più lucrose, chiedendo sigarette a chi apparisse anche minimamente sospetto di ben altri vizi, ho ficcato il naso in tutti i negozi di barbiere turchi alla ricerca di Alì, Said, Omar, ho stazionato davanti al ristorante indiano combattendo la nausea causata dall'agitazione e dall'afrore di pollo fritto che si diffondeva dalle cucine alle 10 del mattino, mi sono trascinata nel suq, attratta dalla malferma registrazione di un sitar, dal profumo di coriandolo, ho parlato con i ragazzi algerini che vendono il the alla menta, con i macellai di carne halal (lecita) senza nascondere le mie intenzioni illecite, ho chiesto ai vecchi in pantofole di cuoio che siedono fumando o masticando khat sulla soglia del mercato, masticano calmi come serafici dromedari muovendo le mandibole intagliate nel legno fissando un punto indefinito all'orizzonte e sputando di tanto in tanto, ho offerto le sigarette scroccate in precedenza alle zingare poggiate ai parapetti che guardano i treni partire e arrivare, dee sudice arrampicate sui loro zatteroni di sughero, le ho seguite nei loro vagabondaggi, spinta da un desiderio insano che mi solleticava l'amigdala, mi sono mescolata al popolo dell'abisso, con la tracotanza tipica dell'incoscienza, checazzomidicevailcervello? penso ferma davanti al banco del fruttivendolo bengalese che mi sorride placidamente. Cosa mi serve? Indico con il dito una radice di zenzero, è più vicina al suo braccio che al mio, io non ci arrivo, cassette di ortaggi esotici ci separano. Pago il profumato, delizioso, salvifico tubero e vado verso casa.

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