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17 settembre 2010

Scapigliatura e punk rock.

« In tutte le grandi e ricche città del mondo incivilito esiste una certa quantità di individui d'ambo i sessi v'è chi direbbe una certa razza di gente - fra i venti e i trentacinque anni non più; pieni d'ingegno quasi sempre, più avanzati del loro secolo; indipendenti come l'aquila delle Alpi, pronti al bene quanto al male, inquieti, travagliati, turbolenti - i quali - e per certe contraddizioni terribili fra la loro condizione e il loro stato, vale a dire fra ciò che hanno in testa, e ciò che hanno in tasca, e per una loro maniera eccentrica e disordinata di vivere, e per... mille e mille altre cause e mille altri effetti [...] - meritano di essere classificati in una nuova e particolare suddivisione della grande famiglia civile, come coloro che vi formano una casta sui generis distinta da tutte quante le altre. Questa casta o classe - che sarà meglio detto- vero pandemonio del secolo, personificazione della storditaggine e della follia, serbatoio del disordine, dello spirito d'indipendenza e di opposizione agli ordini stabiliti, questa classe, ripeto, [...], io, con una bella e pretta parola, l'ho battezzata appunto: il Punk Rock. »

Cletto Arrighi, 1862.

16 settembre 2010

À Rebours - A ritroso.

Due mesi fa, il 16 di luglio, vedevo finalmente l'Iguana in concerto, dopo anni di vagheggiamenti sospirosi;

tre mesi or sono, invece, il 16 medesimo, prendevo possesso di questa camera con vista sulla via dal nome esotico e accattivante di Tor de' Schiavi, avamposto della coatta periferia romantica romana; tutt'ora convinta che mai pensata fu più felice nella mia breve vita che abbandonare a tempo indeterminato il nido familiare, calpestando a piedi nudi le strisce che il sole settembrino dipinge sul parquet, mi crogiolo sospesa nell'attesa dell'autunno profumato di zenzero e ozono;

a maggio, sempre il 16, compivo gli anni: qui, per la gioia dei miei dodici lettori e mezzo, il resoconto di un compleanno, che a rileggere adesso gli appunti messi giù durante il viaggio di ritorno da Torino, sembra anche divertente:

La prima sera, festa di un'importante casa editrice al circolo del canottaggio. Il posto è molto bello, la terrazza, che affaccia sul fiume, stracolma di gente. La mia amica mi indica le illustri personalità presenti al party: c'è il premio Strega dell'anno scorso, l'editor che lavora lì, la correttrice di bozze che invece lavora là, il quasi premio Campiello di quest'anno, quella scrittrice, quell'altro scrittore, l'autore di quella trasmissione tanto impegnata. Mi sento fuori posto da subito, la selezione musicale non mi aiuta, un classicone via l'altro mixati in modo dozzinale, tipo festa nella palestra del liceo, ma la folla di giovani scrittori e creativi accoglie ogni pezzo in modo entusiasta. Il cocktail annacquato, pagato profumatamente che tengo in mano e centellino per avere qualcosa da fare mi aiuta ancor meno, ci vorrebbero litri di questa roba per anestetizzarmi. Mi guardo intorno nella sala in stile liberty. Dal soffitto pende la riproduzione dello scheletro di un ittiosauro, residuo di una mostra di scienze naturali. Me lo immagino ricoprirsi lentamente di carne, i muscoli avvolgere le ossa di plastica, la pelle fiorire sulla carne e ricoprirsi di squame, come in un racconto di J.R.Lansdale, immagino che cali dal soffitto, liberandosi dei fili che lo tengono appeso, avventarsi sulla folla danzante, su questo guazzabuglio di saccenza e ignoranza, sulla danarosa testa di cazzo con l'Unità in tasca, sulla ragazza con gli occhiali che mi ritrovo dietro a ogni passo, esaltatissima quando mettono un pezzo di Britney Spears che coverizza Joan Jett, l'ittiosauro si avventa con la sua rinnovata energia sui gruppetti di neolaureati del DAMS, sulle frigide bellezze in lanacotta e sui loro laidi insegnanti a caccia di sorca fresca, l'ittiosauro nuota nell'aria, menando fendenti con la coda possente, sbranando diafane carni di intellettuali piemontesi, ma lo sai che somigli a Philip Seymour Hoffmann? e chi è, mi chiede con candida ignoranza l'aspirante sceneggiatore teatrale in trasferta da Firenze, è quello del film su Truman Capote, e chi è Truman Capote, mi fa sgranando gli occhioni innocenti, ma non faccio in tempo a spiegarglielo che l'ittiosauro sta già sgranocchiando la sua testa come il guscio di un'arachide, le urla cominciano a sovrastare il frastuono della musica, mi pare di riconoscere "Violet" delle Hole, che non sentivo almeno da otto anni, i grugniti di giubilo dell'ittiosauro fanno da controcanto al ringhio isterico della signora Cobain, mentre la festa di sangue va avanti.

Seconda sera, continua la mia incursione nel mondo cultural-vip. La festa questa volta è di una famosa scuola di scrittura, "in combutta" con una famosa casa editrice. Ovviamente presenziano il famoso scrittore A. B., nonchè preside della succitata scuola, che viene accolto dai flash dei fotografi mentre si fa strada tra due ali di discepoli adoranti, lo scrittore A. S., che con aria spaurita da agorafobico ( si sa, le turbe psichiche in certi ambienti acchiappano più del portafogli gonfio) si aggira evitando accuratamente il centro della pista dove impazza una selezione musicale anche peggiore della sera precedente, lo scrittore F. G., che ha fatto incetta di premi, e non risparmia di battezzare le nostre preziose scarpette tacco 12 versandoci sopra mezzo bicchiere di rum e coca. Dopo quattro stanche chiacchiere giungo alla conclusione che i futuri premi Pulitzer che frequentano la prezzolata scuola di cui sopra non capiscono un benemerito cazzo di musica, nè tantomeno di letteratura. In pista, tutti impazziti per il Piotta. Carpisco frasi smozzicate di laude sull'ultima fatica di Saviano. Nel frattempo, annientata dalla pochezza in cui sguazzo decido di rimettermi a fumare, compio ventotto anni, spendo un capitale per raggiungere qualcosa che somigli vagamente a uno stato d'ebbrezza, maltratto un aspirante giornalista che vuole fare il simpatico, tremo al pensiero di ciò che mi aspetta l'indomani.

Libri come pentole in bella mostra negli stands delle case editrici. Non manca nessuno. Nino d'Angelo allo stand di Castelvecchi presenta la sua autobiografia. Una ragazzina piange per l'emozione di incontrare il suo idolo. Saviano scortato riesce persino a sorridere per la gioia dei suoi sostenitori, che gli urlano parole di incoraggiamento mentre lui incede con quell'aria da eroe della Verità. Non so per quale motivo sono qui.




E' il 16 settembre. Compleanno di mia madre. L'esame di storia non l'ho dato neanche oggi.



L'estate è finita, andate in pace.

15 settembre 2010

TENTACOLI

I miei li ho allungati anche qui:

IYEzine

6 settembre 2010

Hoodoo, you love?



Tra tutti i primitivi dall'oltrespazio che affollano il mio pantheon rock 'n' roll, Leighton Koizumi, già leader dei Gravediggers V, e adesso frontman dei Morlocks, è sicuramente quello messo meglio dal punto di vista anagrafico. Proprio di questo si discuteva la sera del concerto mentre si faceva il nostro ingresso in un Circolo degli Artisti popolato da improbabili personaggi attirati più dall'allettante offerta Up to You - che suona più o meno paghi quanto te pare- che dall'effettivo interesse per i Morlocks. D'altronde si sa, la crisi del rock 'n' roll a Roma è un affaire serio, vi è penuria di punk rockers, e ogni occasione come questa si riduce a una sfilata di moda nella quale consolidare public relations, sfoggiare il tatuaggio nuovo o semplicemente portare avanti la propria attività di presenzialisti full-time. Arriviamo che già hanno suonato gli Illuminati, eletti, non ho ancora capito per quale motivo, a gruppo spalla ufficiale di qualunque band garage rock si trovi a gravitare nell'orbita della Capitale; il loro incongruo beat cattolico o comediavolosichiama apriva anche il concerto dei Seeds di Sky Saxon buonanima. All'inizio del concerto, quello vero, siamo effettivamente in pochi ad assieparci sotto il palco, la maggior parte dei presenzialisti di cui sopra sono rimasti nel cortile del locale con la birretta da setteuro in mano, ignari del pandemonio che mister Koizumi sta scatenando dentro. L'Iggy Pop nippo-americano (definizione sputtanatissima, ma ahimè veritiera), che alla fine degli anni '90 si vociferava addirittura fosse scomparso in circostanze misteriose in seguito a una faccenda di droga, è decisamente più giovane e meglio in arnese dell'originale di Detroit, e si materializza nerovestito sul palco, i capelli lisci spioventi sugli occhi a mandorla che incorniciano un ghgno beffardo. In tour per presentare l'ultima fatica, "the Morlocks play Chess", gioco di parole basato sul fatto che l'intero album è composto da covers di hits della storica etichetta Chess Records, la band magnetizza la nostra attenzione proponendo una rivisitazione di classici di Bo Diddley e John Lee Hooker, tra gli altri. Il cantato del nostro risorto, una vera e propria fenice del garage rock, suona diverso, meno acido rispetto alle sonorità stridule a cui eravamo stati abituati, ma sicuramente più accattivante, maturo e adatto alla materia blues che Koizumi plasma e distorce sapientemente, permeando l'atmosfera di echi e riverberi, giungendo al culmine del parossismo quando si cimenta in "Who do you love" che resa primordiale e sinistra trasforma il locale in una bettola della Louisiana dove si consumano macabri riti di magia nera, o quando ripropone uno dei pezzi più famosi della band californiana, la struggente "My friend the bird", direttamente da "Submerged Alive", geniale falso live degli anni '80, e avanti così, alternando a rarità pezzi anche abbastanza noti come "I'm a man" squisitamente personalizzati, in un lavoro che mi permetterei di definire quasi di "filologia" del rock'n'roll. La serata, purtroppo, termina presto, il tempo di un bis e a mezzanottemmezza tutti a nanna, d'altronde si sa la direzione del Circo(lo) degli Artisti, rispettosa delle ordinanze del sindaco riguardo a sicurezza e ordine pubblico, non permetterebbe mai di turbare il sonno del vicinato, ma noi, con le nostre magliette sudate, le ugole scorticate dagli strilli e il fruscio ancora nelle orecchie, andiamo via contenti di aver assistito all'esibizione di una leggenda tutt'altro che svanita nel nulla.

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