Google+ Followers

26 ottobre 2009

Life stinks.(post bianco)



Stamane prestissimo banchi di nebbia impalpabile aleggiavano sui campi a ridosso dell'Aurelia, sotto un cielo che mi ha fatto venire in mente Andrea Pazienza. Sul treno ero l'unica a guardare fuori dal finestrino ammirando la bellezza ectoplasmatica del paesaggio, gli altri viaggiatori tutti con gli occhi chiusi a sonnecchiare o con la faccia nel giornale o impegnati a chiacchierare con il vicino di posto. Io ho scelto il silenzio. Mi assuefaccio all'assenza di voci, soprattutto se la voce mancante è la mia, e mi lascio avvolgere dal rumore bianco, narcotico del mio niente. Silenzio Assenzio. In alternativa, ascolto la musica che ho fissa in testa finchè non capisci che non ti voglio sentire.
Mi riapriranno la gola per tirarne fuori: pezzi di vetro cellule anarchiche bestemmie lampadine fulminate urla ciliegie bolle d'aria carne viva furente risentimento rospi cancerosi pietre preziose e lucertole e scorpioni come nella favola delle due sorelle
mi daranno da bere iodio radioattivo e in un letto bordato di piombo ultimerò la mia metamorfosi

15 ottobre 2009

"Lust for life" gira da stamattina nel lettore cd, e non ho intenzione di toglierlo. Il disco, del'77, registrato da David Bowie a Berlino in quella che durante il Terzo Reich era una sala da ballo della Gestapo, ha molti detrattori, ma io lo trovo bellissimo. In particolare "Tonight" e "Sixteen", le mie preferite, risplendono di decadenza e malinconia virile, oltre alla strafamosa "The Passenger" e al pezzo che dà il nome al disco, quasi plagiato da quel gruppuscolo di australiani sottosviluppati che risponde al nome di Jet. Anche la foto di copertina mi piace molto, un James Osterberg raggiante così diverso dall'Iggy Pop che siamo abituati a vedere.
Libidine per la vita, è quello che mi manca. L'inverno è arrivato all'improvviso, senza neanche bussare, ha spalancato la porta con un calcio, e io non sono pronta.

13 ottobre 2009

sei mejo te.






irriconoscibili Sham 69 agli esordi alle prese con una cover degli Yardbirds.

8 ottobre 2009

tre gennaio duemilanove

La strada è pulita, lucida di bava di nuvole, e deserta. Strano per essere un sabato pomeriggio, il primo sabato dell'anno, ma questi posti di mare sono così, risplendono di desolazione,come sospesi nell'oblio di un'eterna vacanza.
Il cimitero si fa trovare senza difficoltà, o per lo meno senza difficoltà inutili. Le deviazioni, gli ostacoli, e gli intoppi e i giri larghi si dimostrano necessari, per conoscere i luoghi, i suoi luoghi, come un'introduzione indispensabile.
Per sbaglio si arriva fino alla spiaggia, o meglio, la spiaggia s'indovina dietro la fila di stabilimenti balneari chiusi, i cancelli bloccati dai catenacci, le schiere di cabine a forma di casette verniciate a colori pastello, promettono altro svago, e spensieratezze assortite, ma devi aver pazienza, e aspettar l'estate, ora, di tre gennaio, in spiaggia non ci puoi andare, il mare non lo puoi vedere, puoi soltanto immaginare la distesa d'acqua nervosa e grigia che riflette le nubi.
La strada è pulita e lucida, dicevo, costeggiata da prati che spiccano verdissimi nella luce cruda. Una bella malinconia impregna l'aria, mestizia tremolante sul punto di esplodere. Si arriva al cimitero percorrendo un viale alberato in mezzo ai campi.
Chi frequenta questi luoghi "per dovere", per cambiare l'acqua ai fiori del caro estinto,sostituire lampadine e mormorare una frettolosa preghierina, non li ama particolarmente. Gli avventori abituali sono ciechi davanti al tripudio variopinto che spicca sul bianco del marmo, restano impassibili al richiamo gioioso delle innumerevoli fiammelle, smaniano di rifuggire la serenità, forse un pò sinistra, che ammanta le pietre tombali, per ritornare al caos brulicante delle strade, a quel fermento esasperato e dolente che garantisce loro di essere vivi.
Siamo qui per una specie d'appuntamento. Molte tombe sono incastonate sul lato interno del muro di cinta: lunghe file di nomi e date istoriate nel marmo, fotografie in bianco e nero impresse su ovali di pietra bianca, tombe piccole, minimali, un condominio per salme.
Diverse file avanti una vecchietta con un cappottino color caffellatte è arrampicata su una scala scorrevole con un mazzetto di fiori in mano. Appoggia un piede dopo l'altro sui pioli di ferro della scala, con velocità bradipesca, aggrappandosi con la mano libera, poi, giunta all'altezza giusta, poggia i fiori, avvicina alle labbra le punte delle dita e porge il bacio alla fotografia lapidea, l'altra mano sempre artigliata al ferro della scala per non cadere.
Siamo qui per una specie d'appuntamento. Che lui è qui l'abbiamo scoperto per caso, per puro caso, e ovviamente non esistono indicazioni per trovare il loculo. Strisciamo ancora un pò lungo la parete, finchè ci troviamo davanti a due file di tombe, più imponenti dei fornetti incassati nel muro. Da un lato ce ne sono tre tutte uguali, schierate, che ricordano abbastanza le cabine degli stabilimenti balneari. Una, modernissima, ha una grande finestra su un lato, con infissi in alluminio anodizzato e decorata addirittura da una tendina, attraverso la quale si intravede l'interno della piccola costruzione. Un'altra, più grande, con un tetto appuntito e spiovente, è protetta da un pesante cancello grigio, di quelli con i riccioli di ferro battuto e le inferriate che terminano in forma di lancia, su cui grava un'insegna metallica con il cognome della famiglia inciso sopra.
Mi guardo attorno in cerca di un ritratto, dei suoi baffi da saraceno, di certe occhiaie polpute, sormontate dalla montatura spessa delle lenti, ma nulla, e io già dispero di trovarlo, quando ecco! -famiglia Flaiano- e i nostri passi si affrettano sulla ghiaia umida che scricchiola sotto le scarpe.
Ennio Flaiano. Ho sempre associato questo nome alla figura di un antico romano, non so perchè. Da quando mi imbattei per la prima volta, sul libro di antologia delle medie, in uno stralcio di "Un marziano a Roma", o quando riincontravo il nome, di tanto in tanto, nei titoli di testa di qualche film di Fellini, sempre questa immagine, buffa e solenne insieme, di un signore serio serio in tunica e mantello.
La lapide è molto semplice, una lastra orizzontale di pietra decorata da una croce: tre nomi, sei date, nessuna fotografia. Avrebbero dovuto inciderci sopra la sua frase: "Sei stato condannato alla pena di vivere. La domanda di grazia, respinta". Sarebbe stato carino. Una specie di irridente memento mori rovesciato per il visitatore. Ricordati che devi vivere.
Vuoto il vaso che dovrebbe contenere i fiori, niente piante, solo un cactus, panciuto e compiaciuto, se ne sta in un angolo, con aria comicamente minacciosa. Il mio primo pensiero è che quella pianta grassa, così spartana, bisognosa di poco o niente, si addice ad una personalità irta come immagino fosse quella dello scrittore, alla sua ironia così pungente. Un sorriso un pò lezioso, da rèclame anni '50, mi stira la bocca quando noto che la moglie gli è sopravvissuta di ben trent'anni, quasi a dispetto della misoginia del consorte.
-Cosa ridi, cretina- mi starà apostrofando adesso, ma non riesco proprio a cancellare dalla faccia quest'espressione nervosa ed emozionata. Si è pur sempre al cospetto di un genio, un genio dimenticato, il più grande scrittore italiano del '900, a mio parere, e non posso non avere la presunzione di sentirmi fortunata, stupidamente privilegiata, per questo incontro.
Fumiamo sigarette interminabili, le fiamme degli accendini sospese nel tempo fermo. Non parliamo più, ammaliati dall'immobilità, dal grigio inesorabile della pietra, quando le nuvole riprendono a sbavare, la saliva celeste scende in fili sottili che impregnano il terreno, rigano le lapidi e punteggiano le nostre giacche, debolmente, senza insistere. Finiamo le nostre sigarette, poi, senza fretta, ci avviamo verso l'uscita.

6 ottobre 2009

SLOW DEATH

Ho letto su un blog le parole magiche e mi sono ricordata di questo pezzo. La versione dei Dictators è più da cardiopalma, ma non c'era.