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2 novembre 2009

Sister Morphine.

Le ombre che mi hanno tenuto compagnia durante l'anestesia si dileguano salutandomi frettolosamente. Sento chiamare il mio nome due tre quattro volte finchè mi sveglio. Succo d'occhi lungo il viso, non so perchè sto piangendo, voglio dormire, tornare tra le ombre. Il dolore al collo è insopportabile ma mi restituisce lucidità. Chiedo morfina per il dolore, chiedo diazepam o lorazepam per il sonno, neanche ho aperto gli occhi e già rompo i coglioni, come osserva giustamente il chirurgo in un toscano pesante che mi fa sorridere, complimentandosi per la subitanea capacità di ripresa. Fa male, voglio dormire, è il mio loop. Sento i muscoli del viso contorti in uno sforzo di sopportazione. L'anestesista fissa una siringa carica alla cannula infilata nella vena grande della mia mano sinistra, schiaccia lentamente lo stantuffo. Riconosco l'ondata lasciva di sollievo che si propaga calda dalla bocca dello stomaco distendendo ogni fibra del mio corpo. Il pollice sullo stantuffo si ferma. L'anestesista intercetta il mio sguardo bramoso sul liquido trasparente rimasto nella siringa, i miei occhi che si fanno supplici, e mosso a pietà, spinge lo stantuffo fino in fondo. I profili degli astanti si fanno dorati, mentre mi inoltro in una foresta di alberi iridescenti dai rami morbidi come tentacoli. Paesaggi cangianti si srotolano sotto le mie palpebre sudate, dal retro del mio cervello riecheggia il cantato disperato ipnotico di Jeffrey Lee Pierce e la faccia scavata di zio Willy fa appena capolino quando i globi oculari si rovesciano nell'estasi oppiacea.

1 commento:

Zyklon ha detto...

L'abbandono gli alberi iridescenti e l'estasi si sposano con la storia delle origini del vino e delle viti selvatiche con cui mi intrattengo ora, le coincidenze ritornano.