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17 novembre 2009

tempo di scirocco che mi riporta alla mente bei pomeriggi infantili messinesi e l'incipit leggero di certe mattine sfaticate trascorse grufolando nell'ignavia. Odio il mese di novembre, ma non quest'anno. in questo novembre primaverile la venere di Willendorf in carne ed ossa ha deciso di spogliarsi sul marciapiede sotto il muro di cinta del policlinico. scalza nella luce caravaggesca, i seni rigonfi che le ricadono pesantemente sul ventre, fa a pezzi i suoi stracci, solo una grossa catena chiusa da un catenaccio cinge i suoi fianchi da divinità paleolitica mentre nello sconcerto e l'indignazione generali strappa minuziosa in pezzi sempre più piccoli i suoi abiti affinchè tutti ammirino il supplizio che porta sotto le vesti. Sotto un cielo da tragedia greca i brandelli di stoffa si ammucchiano ai piedi della dea della fertilità, sulla sua testa rasata grigia riluce una cicatrice a forma di C.

12 novembre 2009

perchè la mia misantropia viene scambiata per timidezza? la mia asocialità per impaccio? si pongono come missione umanitaria l'intento di trarmi fuori da tale impaccio e si sbracciano e si affaticano per mettermi a mio agio, farmi entrare nelle loro cerchie esclusive, coinvolgermi nelle loro futili schermaglie e nei loro imbarazzanti discorsi, fraintendendo la mia afasìa come mancanza di argomenti, quando invece sono loro ad esser poveri di argomenti che mi interessino anche minimamente. Tentano, con inviti alquanto patetici, di rompere la barriera del mio solipsismo militante, giacchè il riserbo crea mistero e loro sono ben decisi a dissiparlo, a sapere tutto di me, a stringere amicizie non necessarie e superficiali, ansiosi di inglobarmi nel loro branco, di rendermi partecipe del qui e ora che tanto li esalta per ravvivare la mia esistenza a loro parere priva di divertimento e leggerezza. Vagheggio e auspico, per tali misericordiosi impiccioni, un girone dell'inferno in cui è contrappasso che il loro naso si allunghi in foggia di fallo, da infilarsi a vicenda in ogni orifizio travolti da flutti di vomito rancido.

2 novembre 2009

Sister Morphine.

Le ombre che mi hanno tenuto compagnia durante l'anestesia si dileguano salutandomi frettolosamente. Sento chiamare il mio nome due tre quattro volte finchè mi sveglio. Succo d'occhi lungo il viso, non so perchè sto piangendo, voglio dormire, tornare tra le ombre. Il dolore al collo è insopportabile ma mi restituisce lucidità. Chiedo morfina per il dolore, chiedo diazepam o lorazepam per il sonno, neanche ho aperto gli occhi e già rompo i coglioni, come osserva giustamente il chirurgo in un toscano pesante che mi fa sorridere, complimentandosi per la subitanea capacità di ripresa. Fa male, voglio dormire, è il mio loop. Sento i muscoli del viso contorti in uno sforzo di sopportazione. L'anestesista fissa una siringa carica alla cannula infilata nella vena grande della mia mano sinistra, schiaccia lentamente lo stantuffo. Riconosco l'ondata lasciva di sollievo che si propaga calda dalla bocca dello stomaco distendendo ogni fibra del mio corpo. Il pollice sullo stantuffo si ferma. L'anestesista intercetta il mio sguardo bramoso sul liquido trasparente rimasto nella siringa, i miei occhi che si fanno supplici, e mosso a pietà, spinge lo stantuffo fino in fondo. I profili degli astanti si fanno dorati, mentre mi inoltro in una foresta di alberi iridescenti dai rami morbidi come tentacoli. Paesaggi cangianti si srotolano sotto le mie palpebre sudate, dal retro del mio cervello riecheggia il cantato disperato ipnotico di Jeffrey Lee Pierce e la faccia scavata di zio Willy fa appena capolino quando i globi oculari si rovesciano nell'estasi oppiacea.