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23 agosto 2009

TU non sei amico mio.

E continuavo a ripetermi come un mantra che non sono come voi, che non sarò mai come voi, che tu non sei amico mio, che voi non siete amici miei, come in quel pezzo dei misteriosi Sparkles, una, a mio parere, delle migliori bands garage rock, pur avendo dato alla luce tre soli singoli:




Se tu solo sapessi quanto mi fai schifo. Le parole non bastano ad esprimere un concetto complesso e variegato come lo schifo che provo per la tua persona. Nausea, ribrezzo, disgusto sono degli eufemismi, non renderebbero l'idea. Di quanto mi puoi fare schifo. Potrei dirti di come la peristalsi si è invertita vedendoti, permettendo al panino semidigerito che avevo nello stomaco di risalire su verso l'esofago. Potrei parlarti dell'alone di viscidume social che permeava il gruppetto di stronzi di cui ti sei circondato, di quella patina di affabilità fighetta volemosebbene che riluceva sinistra sui vostri ggiovani volti invecchiati ad arte, tormentati quel tanto che basta da risultare interessanti e vissuti. Mi ha fatto senso, ma senso come quella volta che stavo in prima media e tornavo a casa a piedi perchè c'era sciopero degli autobus, e mi scappava da pisciare da morire, e ad un tratto per la strada, io e la mia amichetta ci imbattemmo nella carcassa di un cane. Era la prima volta che sentivo la puzza di una carogna, l'odore della carne putrefatta, la prima volta che vedevo un essere, non più vivente, brulicante di vermi. L'odore era terribile. Preannunciava il disfacimento a metri di distanza. Rimasi a contemplare il cadavere canino tappandomi il naso, la carne rossa della cassa toracica spaccata che brillava al sole, stordita da quel palpitare di larve. Ti devo essere grata perchè questo ricordo è riemerso grazie a te e alla tua combriccola di giovani viveurs a caccia di avventure nel cuore di Roma, perchè l'olezzo di putredine che emanate è arrivato fin sotto le mie narici, e ci è mancato poco che vomitassi davvero, spiazzata inizialmente da quel tuo comportamento che non riconoscevo, cercando di far combaciare l'immagine che io ho di te, che avevo di te, con la squallidissima realtà, e ho dovuto ricacciarmi in gola quel poco di ammirazione e stima e rispetto e altri residui di sentimenti rimasti forse in fondo, dissipati nel giro di dieci minuti, forse anche meno, a vederti seduto a quel tavolino con quella gente, a distribuire sorrisi e pacche sulle spalle a individui che hai sempre sostenuto di disprezzare, e ancora se ci penso ho qualche rigurgitino di acido gastrico, perchè io se c'è una cosa che pretendo quella è la coerenza e tu dimostri, mio caro schifido amico, di non possederne neanche un briciolo. Certo sono contenta che tu abbia trovato la tua dimensione, dopo tutto il tremendo sforzo di convincere gli altri ma soprattutto te stesso di essere un eletto, un animo sensibile, un reietto della società, un emarginato che esprime la propria sofferenza attraverso l'arte, immagino che dopo tutto questo travaglio fisico e intellettuale, sia stato un sollievo per te trovare degli amichetti che ti accettano per quello che sei, che si lasciano incantare da quelle quattro minchiate messe in croce che hai imparato a memoria per affabulare animi semplici e facilmente impressionabili, animi che non pretendono niente se non una presenza piacevole nella loro comitiva di belli e dannati della pubblicità, la magliettina sdrucita ce l'hai, l'occhio a mezz'asta anche, il lavoro creativo (assolutamente immeritato, frutto delle giuste parentele) per fare colpo sulle ggiovani studentesse del dams pure, non ti manca niente. Complimenti, sei diventato come la gente che ti stava sul cazzo. Bravo.

E continuavo a ripetermi come un mantra che non sono come voi, che non sarò mai come voi, che tu non sei amico mio, che voi non siete amici miei...

13 agosto 2009

Marilyn's Anatomy

Buongiorno.
Mi sono svegliata con la voglia di vedere foto dell'autopsia di Marilyn, ma ho trovato solo questa.

Io lo sapevo che una volta a casa avrei ritrovato la mia verve nichilista. Stavo già preoccupandomi. Non lavorare mi fa male. Mi sto raggomitolando nel vapore apatico della mia soffitta, calda come il ventre di una diavolessa gravida. Ierinotte sognavo porte che non volevano aprirsi, i miei pugni che battevano sul legno verticale, il mio inutile scalciare per trovare una via d'uscita. Mi sono svegliata direttamente sul materasso, il lenzuolo che pendeva da un lato del letto, pensando a Marilyn Monroe, il sorriso biondo e sfavillante che lentamente trascolorava nella nebbia del risveglio.

6 agosto 2009

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appena venuta a conoscenza della morte di un altra delle divinità del mio pantheon rockeggiante, tale Sky Sunlight Saxon, voce dei Seeds