14 dicembre 2011

mercoledì, 21 aprile 2010 (madeleinette)

mercoledì, 21 aprile 2010

oggi mi sento come una bella rana sguazzante nel mestruo. Viso e lingua sempre più gonfi, e oltre a perdere sangue dal naso, il mio utero ha deciso di stillare sangue marcio con una settimana di anticipo, tanto per gradire. la mia giornata è scandita dalle medicine, ma le cose non sono così tragiche come mi piace descriverle (oh, sì la sofferenza tira un casino, e fa anche un bel contrasto con le mie non tanto sporadiche incursioni nell'alt porn), nessuno che muoia per me, che mi porti a cena fuori, che mi regali libri preziosissimi, che insinui la testa sotto i miei vestiti stampa optical voracemente attratto dai miei succhi, nessuno che sussulti al mio tocco. Stamani mi sono svegliata con in testa "I wanna hold your hands" dei Beatles, ma nella versione dei Moving Sidewalk che è tutta psichedelica ma non la trovo quindi è inutile mettere i Beatles che nemmeno mi piacciono, anche se Lemmy dice che sono meglio degli Stones perchè gli Stones erano solo fighette uscite dal college e i Beatles i veri ragazzacci, ma io preferisco gli Stones mille volte, anche se Lemmy Kilmister è da stare a sentire, dicevo che mi sono svegliata con quella canzone in testa, e i reni in fiamme, ho ingoiato un antidolorifico, e riaddormentandomi ho sognato di essere a cena con i Dum Dum boys, e una di loro mi fotteva il piatto appena portato dal cameriere, e si mangiava i miei spaghetti, ma poi guardando il piatto vedevo che era pieno di tentacoli viola e allora meglio così, no?

Dopo il secondo risveglio, invece, mi è tornata in mente quella volta che andai a Milano per un colloquio di lavoro. Scesa dal treno mi misi a cercare l'ero attorno alla stazione, secondo la regola universale che tutti i paraggi delle ferrovie sono succursali dell'Interzona. Invece trovai due tizi che si sparavano la coca, andammo a prenderla in una zona popolare, a prezzi anch'essi abbastanza popolari. Dopo i tipi mi portarono in mezzo a un bosco vicino a un casermone arancione, che sembrava l'ambientazione di un romanzo di Scerbanenco. Nemmeno mi sfiorava l'idea che i tipi potevano violentarmi, spaccarmi la testa con un sasso e fregarmi tutti i soldi, non necessariamente in quest'ordine, anche perchè i soldi li avevo già tutti finiti, e dell'incolumità della mia testa, e di tutto il resto, non mi è mai importato granchè e infatti non successe niente, a parte bucarci con quell'ottima bamba. Mi ricordo che il tipo più alto dei due era pelato e quando si tirò su il pantalone per farsi sul polpaccio, infilò l'ago in una vena completamente incancrenita e violacea. Lavorava in banca. L'altro era un piccoletto molto loquace che bucai io mentre lui mi raccontava la storia della sua vita, che consisteva nel fatto che la madre si prostituiva e lui si faceva dall'età di 12 anni. Fine della storia.
Arrivai al colloquio digrignando i denti e boccheggiando in metropolitana, chè non avevo niente per calmare lo strascico della botta. M isentivo schizzare gli occhi fuori dalle orbite mentre parlavo con l'esaminatore, che incredibilmente mi assunse. Tornai a casa chiusa nel cesso del treno, a rota e senza soldi. Era più o meno questo periodo, Milano fa schifo anche a primavera, ma questa primavera fa schifo, quindi devo aver fatto un lavoro di associazione tipo Proust con la madeleine inzuppata nel tè, e che culo.

08 dicembre 2011

Un'altra fantastica giornata di sole anormale è appena terminata. Il termometro sulla Prenestina segna da giorni 16 gradi, che la sera diminuiscono al massimo di due. E' un dicembre primaverile che silenzioso prelude a qualcosa di terribile, o a niente, che è anche più terribile. Ieri, 16 aprile 1971, sono andata a trovare la mia amica Samantha. Lei vive all'altro capo della città, in un quartiere residenziale, che sembra il set di un film di Cassavetes. La prima cosa che avverto di lei è il suo profumo, e mi sento svenire. Mi lascio irretire dai capelli color caramello che ondeggiano, mentre cerco le mani ricamate di graffi, mentre respiro l'ossigeno che emana da dietro i lobi delle orecchie. L'interdipendenza tra noi mi dà sicurezza, lei è una cagna che allatta bambole vive, non mi lascerà mai. Mai.

04 dicembre 2011

Ti cerco, ti cerco per tutte le stanze di casa tua (nel sogno il corridoio è lunghissimo, molte porte in fila, io busso a tutte), la festa è finita da poco, l'ultimo disco gira muto sul piatto, continuo a chiamarti, gli invitati se ne vanno, sotto la pila di giacche e cappotti nell'ingresso ho trovato un fagotto di stracci scosso da sussulti. Dentro c'è quella che sembra una piccola scimmia. Un neonato tremante, la minuscola faccia da alieno venata di grinze scure, afono. Una ragazza dal muso sfatto scuote la testa spaventata quando le chiedo se è suo. Un tipo biondo con la faccia butterata mi guarda con sospetto mentre cerco di rifilargli il fagottino ansante. Nel frattempo urlo disperata il tuo nome, sono andati via tutti, voglio sapere a chi appartiene quell'omuncolo, non lo voglio tra le braccia, non lo voglio addosso con quel ghigno raggrinzito, mi risponde una voce femminile, arcigna mi dice che adesso non puoi rispondermi che sei occupato hai da fare. Con il fagottino in braccio mi avvicino alla porta da cui proviene la voce, sento solo respirare pesantemente, la porta è chiusa a chiave, continuo a insistere, finalmente mi apri, sei nudo e un pò scocciato, mi rispondi che no, non fa parte della casa quell'oggetto, che qualcuno deve averlo lasciato per sbaglio, o che forse è mio, e devo smettere di bere e dimenticarmi le cose. La voce arcigna di prima ti reclama, e tu mi cacci senza troppi complimenti con il mio fardello marziano.

L'ultima cosa che ricordo sono le tue dita fredde sulla mia schiena.


-lei esaminava stupefatta il proprio ventre, misurandone la temperatura con un termometro d'argento.
"Non crescerà mai niente qui. Troppo caldo. E tu sei arida come un melograno appassito." Le aveva detto zia Chlamidia, in un giorno di vento lontano lontano-

01 dicembre 2011

L'addetto all'ufficio stampa, curatore dell'immagine o comunque si chiami colui che assolve l' ingrato compito di pubblicizzare eventi, di Lydia Lunch, ha un bel coraggio a pubblicare locandine che ritraggono l'artista da giovane, faccia liscia e paffuta, lumata maliarda, labbra turgide. Un bel coraggio o una grande furbizia nel tappezzarne le città, considerando che quella che ci rimane è una vecchia e fascinosa strega rauca con il viso intrappolato in un sacchetto di rughe. Più che per indiscutibili doti canore, colei che portava il pranzo ai Dead Boys in record session, (da qui il nome d'arte), mi arisurta come cagna di Richard Kern, musa lubrica e felicemente sottomessa.








29 novembre 2011

La nebbia è tornata davanti ai miei occhi più spessa e più gelatinosa, le parole rimangono invischiate e non vogliono saperne di arrivare al destinatario. L'ennesimo ferimento è giunto così repentino da lasciarmi stordita, e adesso ho capito che le vacanze sono davvero finite. Di Berlino, lasciata un mese fa, mi rimane poco, la nostalgia delle domeniche mattine al Mauer park, sdraiata all'inusuale sole tedesco, dopo notti spese in scopatoi camuffati da discoteche alternative, quattro frasi imparate con una pessima pronuncia, un paio di stivali da motociclista, calze di pizzo da cabaret mitteleuropeo. E la mia febbre continua intermittente ogni due settimane, mentre l'ultimo arrivato si arroga il diritto di ficcare stiletti di ghiaccio secco tra le mie costole. E nemmeno l'intera discografia dei Ramones può alleviare il dolore lancinante.