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11 novembre 2015

L'estate opprimente, interminabile, alienante ha ceduto finalmente il passo a un confortevole autunno, rassicurante come le babbucce di lana grezza che mia nonna passava il tempo a confezionare per noi bambini. Comode, calde e orribili, come solo certe esistenze sanno diventare. Esistenze formate da un susseguirsi di persone, luoghi, abitudini, situazioni cementati tra loro a formare un muro insormontabile, contro cui si infrangono velleità e  passioni. Solido, nudo, uniforme. Con il tempo ci si dimentica cosa c'è dall'altra parte di quel muro, ci si dimentica anche di provare a immaginare cosa può esserci.




Minuscolo brillare nel secchio di ribollente merda estiva, a fine agosto ho finalmente ritrovato mio fratello. Dopo più di quattordici anni. Anni in cui ognuno di noi, a ragione, si è più volte interrogato sul destino dell'altro, temendo il peggio. E invece ci ritroviamo, sopravvissuti, a spiegarci cicatrici e tatuaggi, a sperimentare un roboante quantum leap tutto nostro, in cui il tempo è collassato dandoci la sensazione di esserci persi solo il giorno prima. Con la serenità di chi ha attraversato l'inferno ci raccontiamo i nostri vissuti per scoprirli paralleli, ammettiamo il medesimo fallimento nel gestire i rapporti con il genere umano, brindiamo al tempo sprecato e alle scelte sbagliate.

"L'ultima volta che ci siamo sentiti parlavi a stento...strascicando le parole, e a un certo punto hai iniziato a piagnucolare, farfugliando che ti era caduto il posacenere nel cibo che stavi mangiando. Eri così fatta, e ho avuto paura. Forse per quello non ti ho chiamata più."

Ed io, con la patetica tracotanza tipica di chi disprezza sé e gli altri, non mi ero curata del tuo silenzio. Ma le cassette che mi spedivi, le ho conservate tutte. E i libri. E i disegni, qualcuno l'ho anche incorniciato. Ho tenuto da parte tutte le lettere, Ho provato a leggerne qualcuna, ma sono rimasta abbagliata dal ricordo che quelle parole scritte in stampatello, senza virgole, quasi senza spazi, evocano. Un flusso di coscienza adolescente, che a recepirlo con il senno di poi fa troppo male. Ora vi leggo cupi presagi, o semplice consapevolezza della sconfitta imminente. Stringhe di enunciati fluorescenti affiorano dal foglio fluttuando in aria, e mi prendono alla gola.

Forse non è troppo tardi.


E anche il pantheon letterario/sonoro coincide quasi per intero.




7 settembre 2015

Nata per soffriggere.

La proiezione parte alle 19:30 in punto, ma alle 19:39 spaccate sono già fuori. L'audio non è dei migliori, si risparmia sull'aria condizionata -i 38 gradi di agosto sono un lontano ricordo, suvvia, e  l'olezzo da spogliatoio maschile può essere evocativo in certi contesti, tipo Odorama- e la concentrazione di facce da cazzo in odor di martirio nichilista, braccia conserte e gambe divaricate,  che fissano lo schermo con espressione compunta e seriosa, è davvero alta.
Dieci minuti prima, fuori dal locale (pub'n'roll, per l'esattezza, mica un pub qualunque, pub'n'roll, ragazzi, neologismo che se la gioca con apericena) mi armavo delle migliori intenzioni, Peroni da 66 cl in mano, preparandomi ad assistere all'intera proiezione.
Mi faccio scivolare addosso, con superiorità quasi zen, la tipa con il ciuffo fosforescente sponsorizzato dalla Stabilo Boss, che ostenta abbronzatura color crosta di porchetta e french manicure in tinta con il ciuffo; conto, per il gusto squisitamente autistico di farlo, cinque t-shirt Nerorgasmo, tre Tragedy, sei Doom, una Negazione, nove Ramones, e zero Radio Birdman, per esempio. Sto per iniziare la conta delle àncore e delle rondini tatuate, ma vengo distolta dall'epica impresa dai vocalare di stupore più o meno autentico, e gioco a tentar di schivare più bacetti possibile, traendo indietro la testa e porgendo una formale mano destra, ché in mancanza dell'entusiasmo di incontrare talune facce da cazzo mi viene in soccorso (purtroppo) solo l'educazione.
Con tantissima buona volontà entro nell'angusto pub'n'roll, ovviamente i sedici preziosi posti a sedere sono già appannaggio di persone più sagge e oculate di me, ma confido in un posticino, un angolino o uno scalino. Mi accontento davvero di un cantuccio, anche a pochi centimetri dal suolo, da cui godermi l'agognata visione. Ma nulla. I diversi spazi liberi da me adocchiati sono ovviamente occupati da amici che arriveranno, forse a metà film, forse durante i titoli di coda, forse mai, in virtù di leggi non scritte che riconoscono loro diritti a me preclusi. Forse non ho i tatuaggi giusti per meritarmi uno di quei posti, e  poi che cazzo pretendo con questo aspetto da persona ordinaria? Un indeciso ibrido tra un rapace e un rattus norvegicus, con i lobi dilatati all'inverosimile, risponde  con arroganza quando le chiedo se posso sedermi nell'ampio spazio vuoto accanto a lei. "E' occupato" mi ringhia contro, scuotendo la testa, facendo ciondolare sul collo gli espansori di plexiglas trasparente . Confusa e scoraggiata, mi incuneo di lato a una colonna, che invece è un culturista redskin tatuato immobile in assetto da martire nichilista di cui sopra, mentre le luci si abbassano e parte il film.
Sono le 19:33 e il mio interesse è già del tutto svanito. In sala si soffoca, i posti vuoti sono rimasti tali, con grande soddisfazione dei custodi, e io friggo nel disappunto.
Sono le 19:37. Improvvisamente non sono più in grado di comprendere la mia lingua madre. Non capisco cosa avviene sullo schermo, ma mi rendo conto che è un problema solo mio, date le numerose teste che vedo annuire in segno d'assenso.  Grazie al culo, e alle Peroni ora devo anche pisciare, e il bagno si trova esattamente dietro il telo da proiezione.
Sono le 19:39, mi lancio fuori dal pub'n'roll boccheggiando, la vescica gonfia, le mascelle serrate per i nervi.
La visione della ragazza Stabilo Boss, intenta a mostrare alla sua amica bellissime unghie in pura plastica, è quasi rassicurante. L'impatto con l'aria fresca mi dà il capogiro.
Non mi fermo finché non arrivo a casa.




9 agosto 2015

La cupezza di questi mesi mi rammenta l'estate in cui è ambientato il romanzo Un'anima persa, di Giovanni Arpino.  La medesima sensazione di catastrofe che incombe, nei giorni che si succedono tutti uguali, diluiti nell'afa e nella cruda luce.

In effetti, qualcosa di terribile è accaduto.

Un suicidio. Nessuno che mi fosse prossimo o che conoscessi personalmente, ma comunque vicino a una persona verso cui ho sviluppato molta empatia. E ciò è bastato a esasperare le mie percezioni.
Ad accorciarmi il respiro, con il cuore che palpita come un coniglio che sta per essere ammazzato dal fattore.
A fottermi la testa, avvolgendola in un turbante di ghisa.

Non rimane che attendere che anche questo periodo strisci via come un leviatano malato.

Vado a farmi una doccia di colla liquida.














23 luglio 2015

Non ho memoria di estati tetre come questa.

La città mostra il suo volto di morte e violenza, di incuria giustificata dall'afa incessante. Le carcasse degli uccelli marciscono negli angoli maleodoranti di piscio cotto dal sole.

Sudate anime in pena arrancano e strisciano, braccando i fantasmi della Dolce Vita tra cumuli di immondizia e vapori mefitici.

E' il momento di liberare gli istinti più bassi, più lubrici, nella luce accecante, che offre riparo ai carnefici e rende nude le vittime. E' il momento, per i cacciatori, di sfoderare lo scalpello di carne malata  che portano nelle mutande e di uscire, nell'asfissiante splendore, alla ricerca di prede.

Gli sguardi lascivi di squallidi individui, i commenti spinti sussurrati a mezza bocca, i gesti ambigui, la tracotanza maschile imposta senza pudore. Il cazzo-trapano che ronza e freme per uscire e assolvere al proprio dovere, ché sono le donne, le ragazze, le bambine a chiedere che ciò avvenga.

Sono le prede che, respirando, si compiacciono di essere tali.



12 giugno 2015

Buchi.

Si annaspa nella colla del quotidiano.
Situazioni agglutinanti, vacue prospettive.

Le persone somigliano alle sagome del tiro al bersaglio

appese a fili, che scorrono via piene di buchi per lasciare spazio ad altre sagome.

Nell'incavo del braccio destro porto ancora i segni -ma io non sono mancina- due piccoli solchi in corrispondenza delle vene, come tracce dei canini di un vampiro. O lievi bruciature.

La pelle è tenera e brillante, in quei punti. Le vene, sotto, palpitano.

(Monumento = sost. m. s.: dal latino monumentum, "ricordo", sostantivo derivato dal  verbo monère, "ricordare").






E ancora quella sensazione di nuotare in una palude di melassa. 

Mi siedo, guardo, aspetto. 




20 maggio 2015

Un'esistenza che procede per fratture.

Reiterare le rinunce,  chè le privazioni fortificano, perseguendo l'insano, masochistico fine della beatitudine da isolamento.

Stordirsi di silenzio, lasciando le parole scritte vorticare nell'aria come pipistrelli smarriti.




Come una piccola san Girolamo, con meno barba, e lo scrittoio sommerso di teschi ghignanti.

Ho finito l'inchiostro.